Biglietti che superano il costo di un weekend fuori porta, cartelloni quasi identici da un continente all'altro, sponsor ovunque tranne che sul palco. I festival musicali, nati come spazi di controcultura, oggi somigliano sempre di più a prodotti aziendali su larga scala. Ma è una degenerazione recente o è sempre stato così, solo meno visibile?
L'accusa: il festival come macchina da soldi
I grandi festival internazionali sono oggi posseduti, in larga parte, da un numero ristretto di società di intrattenimento globali. Questo significa che cartelloni apparentemente diversi in città diverse condividono spesso la stessa logica di booking, gli stessi headliner in rotazione sulle stesse date, la stessa strategia di prezzo dinamico che fa lievitare il costo del biglietto in base alla domanda, non al valore artistico dell'evento.
Il pubblico, in questa lettura, non sta più pagando per scoprire musica: sta pagando per un'esperienza social-friendly, fotogenica, pensata per essere condivisa più che ascoltata. La scaletta diventa secondaria rispetto all'area food, al merchandising, all'installazione instagrammabile.
La difesa: il business ha sempre sostenuto la cultura
Chi difende il modello attuale ricorda che i festival non sono mai stati puramente no-profit, nemmeno nella loro fase più idealista. Anche gli eventi leggendari degli anni Sessanta e Settanta avevano promotori, contratti, biglietti e problemi di cassa; la differenza è che oggi la scala economica è più visibile grazie alla trasparenza dei dati finanziari e dei social media.
C'è poi un argomento pratico: senza la struttura economica dei grandi festival, molti artisti emergenti non avrebbero mai un palco davanti a decine di migliaia di persone. La componente commerciale, per quanto ingombrante, finanzia anche la parte del cartellone che non fa cassa da sola.
Il vero punto di frizione
Il problema non è che i festival facciano soldi. Il problema è quando la logica commerciale inizia a decidere cosa viene suonato, per quanto tempo, e in che ordine — trasformando la line-up in un esercizio di ottimizzazione degli sponsor invece che in una proposta artistica coerente. La domanda utile non è "i festival sono business?" — lo sono sempre stati — ma "quanto margine di scelta resta ancora agli organizzatori con background musicale, rispetto a chi gestisce solo i numeri?"
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